Quanto incidono i camini e le stufe a legna sull’inquinamento

Ultimo aggiornamento: 24.05.19

 

L’inquinamento atmosferico è uno dei maggiori problemi che affliggono il nostro mondo, al punto da incidere pesantemente sulle condizioni climatiche e mettere a serio rischio l’abitabilità stessa di grandi aree del pianeta.

Questo problema è visibile soprattutto nelle zone ad alta densità demografica e nelle aree industriali. Il cielo sopra le città principali, infatti, è quasi perennemente occupato da una foschia di polveri sottili che, specialmente nei giorni senza vento e senza pioggia, rimane sospesa nell’aria creando una sorta di nebbia quasi impercettibile visivamente, se non a grande distanza.

Gli scarichi delle automobili, degli aerei, delle fabbriche e dei motori in generale, contribuiscono in maniera consistente a questo problema, soprattutto l’emissione dei fumi di combustione. Come se non bastasse poi, alla porzione prodotta dall’uomo si aggiunge anche quella generata naturalmente dal pianeta stesso. Le eruzioni vulcaniche per esempio, o i grandi incendi boschivi di origine non dolosa, liberano enormi quantità di fumi e particelle inquinanti nell’aria, tra cui le famigerate polveri sottili conosciute con la sigla PM10.

Bruciare la legna nelle stufe e nei camini per riscaldarsi, per quanto possa essere considerato un metodo “naturale” di riscaldarsi perché usato fin dagli albori della civiltà, al giorno d’oggi contribuisce in maniera spropositata all’inquinamento. Nelle grandi città infatti, la legna è poco usata come combustibile proprio per questo motivo, camini e stufe a legna sono quindi considerati non più a norma per le abitazioni e i condomini situati nei grandi centri abitati; ma nelle periferie, nei piccoli paesi e nelle zone rurali soprattutto, la legna è un combustibile per stufe e camini ancora molto diffuso, specialmente per ragioni economiche.

 

I dati dell’ARPA

Ma quanto incide veramente la combustione di legna sull’inquinamento dell’aria? A questa domanda possiamo rispondere facilmente dando un’occhiata ai dati raccolti dall’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente che opera in ogni regione d’Italia.

Il problema inquinamento, in Italia, si fa sentire soprattutto al nord e nel bacino della pianura padana, zone che oltre a essere densamente popolate sono anche ad alta concentrazione industriale. Secondo i dati pubblicati da ARPA Lombardia relativi all’Inemar, l’Inventario Emissioni Aria, gli impianti alimentati a metano producono 49 tonnellate di polveri sottili PM10 all’anno, il gasolio invece ne produce 62 tonnellate e il GPL solo 1,2 tonnellate all’anno.

Tutt’altra situazione, invece, si riscontra dai dati riguardanti le emissioni di camini e stufe. I camini a camera aperta, quindi di tipo tradizionale, producono 3.679 tonnellate di PM10 all’anno mentre quelli a camera chiusa, o con inserto, producono 2.401 tonnellate annue. Le stufe a legna, invece, arrivano a scaricare 2.651 tonnellate di polveri sottili nell’atmosfera, ogni anno.

 

 

Assicurare la corretta combustione

I fattori che sono alla base di questo incredibile squilibrio nelle emissioni a sfavore della legna, sono legati soprattutto alla combustione in sé e alla qualità della legna utilizzata come combustibile.

Per quanto concerne la combustione, se questa è ottimale allora la legna brucia bene e si consuma interamente, riducendo sia la percentuale delle emissioni sia della cenere prodotta. L’ossigeno nella camera di fuoco, quindi, deve essere presente sempre in quantità ottimale, un piccolo squilibrio in più o in meno fa sì che rimangano porzioni di brace e tizzoni anneriti ma non consumati, i quali producono una quantità enorme di PM10.

I camini e le stufe a legna di tipo tradizionale, quindi, sono quelli maggiormente penalizzati sotto questo aspetto, a differenza dei termocamini e delle stufe a pellet invece, che sono dotati di camere di combustione a tenuta con sistema di ventilazione interno, e quindi permettono di bruciare il combustibile in maniera di gran lunga più efficiente, con una notevole riduzione di sprechi ed emissioni inquinanti.

 

Attenzione alla qualità della legna

Come accennato prima, anche la qualità del combustibile utilizzato è altrettanto importante.

È assolutamente sconsigliato bruciare scarti di falegnameria, per esempio, o legno utilizzato per la produzione di cassette per la frutta, contenitori e altri tipi di suppellettili, utensili o forniture. Il legno di questi prodotti, infatti, è trattato con sostanze impregnanti, oli, vernici o anche semplicemente inchiostri, tutte sostanze chimiche che durante la combustione liberano nell’aria fumi altamente tossici, che vanno ad aggiungersi al particolato PM10.

Anche i cartoni della pizza, i tovaglioli e i fazzolettini di carta usati e altro ancora che, occasionalmente, i possessori di camini a legna sono soliti lanciare tra le fiamme per comodità di smaltimento, sono pericolosi perché ottenuti da materiali riciclati a loro volta, oppure perché riportano scritte o disegni applicati con inchiostri chimici, o semplicemente perché intrisi di residui alimentari, soprattutto olio.

Bisogna quindi fare attenzione a come si brucia, ma soprattutto a cosa si brucia, e se si possiede un camino o una stufa a legna è meglio andare sul sicuro e acquistare combustibile di buona qualità e di resistere all’istinto di bruciare cartacce e altri scarti che richiedono un diverso processo di smaltimento.

I possessori di stufe a pellet sono messi un po’ meglio, ma per il pellet vale lo stesso discorso fatto prima per la legna. Attenzione quindi ai sacchetti particolarmente economici, magari prodotto da ditte poco note e prive di informazioni esaurienti per quanto riguarda la provenienza e il tipo di materiali da cui ricavano il pellet, perché potrebbero utilizzare proprio gli scarti di lavorazione delle falegnamerie e dei mobilifici.

 

 

Conclusioni

In ultima analisi la soluzione migliore, se si ha veramente a cuore il problema dell’inquinamento atmosferico, è quella di sostituire il vecchio impianto di riscaldamento con uno di nuova generazione a bassa emissione, come una caldaia a gas a condensazione per esempio, oppure un impianto di climatizzazione.

Nel caso in cui ciò non fosse possibile, per ragioni architettoniche o economiche, allora si può provare a convertire il camino esistente in termocamino, oppure sostituirlo con una stufa a pellet, se non altro per migliorare l’efficienza e ridurre per quanto possibile sia gli sprechi sia le emissioni.

Nella peggiore delle ipotesi invece, laddove non è possibile alcun tipo di intervento di riqualificazione ed efficientamento energetico, allora bisogna cercare di compensare controllando che venga bruciata sempre legna da ardere di buona qualità, e niente altro.

 

 

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